Comunicato stampa del 20 marzo 2026
Comunicato da parte dell'associazione L'Ottavo Colore - APS
Alla comunità,
siamo con la presente a comunicare la decisione dell’associazione di uscire dal Comitato Parma Pride, presa a seguito di un lungo processo di discussione interna iniziato a dicembre dello scorso anno e culminato il 25 gennaio di quest’anno. Le riflessioni interne e le discussioni emerse in svariate occasioni, che si sono concentrate su diversi temi sollecitando un proficuo dibattito, hanno condotto all’Assemblea dei Soci svoltasi lo scorso 25 gennaio in cui anche i sostenitori tesserati nell’anno 2025 hanno potuto esprimersi votando.
Parallelamente, a partire da dicembre, vi è stata un’interlocuzione via mail con il Comitato Parma Pride, da cui l’associazione è nel frattempo uscita, appurata la volontà del medesimo di iniziare fin da subito i preparativi per l’organizzazione del Parma Pride 2026 e la cui urgenza non era compatibile con il momento di riflessione che stava vivendo l’associazione. Abbiamo inoltre ritenuto di non avviare un confronto diretto in presenza, per evitare che una questione così delicata, la quale tocca nel profondo i nostri vissuti, fosse ridotta a dinamiche dibattimentali individuali a scapito del lavoro di analisi e delle riflessioni raccolte in oltre venti pagine di verbali, che qui cerchiamo di sintetizzare.
Come primo spunto, emerso durante gli incontri associativi e che qui vi riassumiamo, si è notato come l’associazione negli ultimi anni si sia sempre più delineata come una realtà orientata all’erogazione continuativa di servizi: supporto psicologico e legale, advocacy, orientamento, socializzazione, progettualità territoriali come il Centro Antidiscriminazione LGBTQI+ “Un Arcobaleno per Parma”.
In questa prospettiva, la concentrazione annuale di risorse economiche ed energie organizzative convogliate su un singolo evento, rischia di sottrarre sostegno a interventi strutturati e presenti tutto l’anno, meno visibili della parata ma fondamentali per la resilienza e il benessere della comunità queer. Dunque ci si è posti l’interrogativo in merito all’uso delle risorse così come sull’effetto di “abituare” aziende e stakeholders a sostenere la comunità esclusivamente attraverso la sponsorizzazione del Pride.
Il secondo punto emerso, che si collega al precedente, riguarda il modo in cui il Comitato Parma Pride non si sia mai espresso chiaramente, prendendo posizioni nette e precise in merito a tematiche politiche e sociali condivise dalla comunità e promosse dall’associazione, quali, su tutte:
- l’imprescindibilità di un orientamento transfemminista e intersezionale. Vorremmo a tal proposito che il Parma Pride facesse suo un approccio pienamente di genere, che sposti il focus dal piano individuale e familiare dell’attuale manifesto per offrire la visione di una società in cui sono comprese tutte le identità queer, non solo quelle che aderiscono ad un rassicurante binarismo di genere;
- la condanna di politiche governative transfobiche e un chiaro posizionamento sulla questione palestinese, alla luce del punto precedente e, dunque, con le lenti di un approccio di genere pienamente intersezionale, non essenzialista.
Crediamo fortemente che la neutralità su certe tematiche possa anche tenere insieme una parata ma non costituisca di certo una comunità politica.
Per noi è importante poter pensare al Pride non solo in termini di valori, che non dovrebbero essere costantemente oggetto di negoziazione, ma anche come iniziativa che si integri armonicamente con gli altri servizi e le progettualità sviluppate sul territorio di Parma e provincia. Inoltre è fondamentale ribadire come per la nostra associazione il Pride debba essere un evento di natura politica e dovrebbe creare un contesto di manifestazione dell’orgoglio e non essere un compromesso di comodo.
Dal nostro punto di vista è stato importante, inizialmente, creare una riunione di associazioni che trovassero un minimo comune denominatore per dare a Parma i suoi primi Pride. Con il tempo però, da parte de L’Ottavo Colore, risulta forte l’esigenza di un più chiaro posizionamento, soprattutto vedendo il clima politico e sociale attuale, e ci risulta lampante come l’attuale Comitato Parma Pride sia consolidato nelle sue dinamiche, non offrendo dunque margini per cambiamenti significativi, sostanziali e strutturali all’evento del Pride.
A seguire abbiamo constatato come tutto questo si rifletta nel concreto della manifestazione, a partire dalla mancanza di carri e musica, così come dalla rapidità con cui si esaurisce la parata che dovrebbe presidiare le vie della città, unitamente alla mancanza di un calendario di eventi culturali e sociali di avvicinamento alla manifestazione, al fine di promuovere i valori della stessa, e l’assenza sui palchi di quelle tematiche politiche e sociali di primaria importanza per la comunità, prima menzionate.
Portando un esempio in merito alla tematica dell’inquinamento ambientale dei carri, proponiamo una prospettiva integrata: riconoscere il valore sociale, di empowerment e visibilità che essi generano, promuovendo al contempo soluzioni sostenibili (mezzi elettrici o pratiche compensative) e un dibattito serio sulle cause strutturali dell’inquinamento nella nostra regione. In altre parole, vorremmo informare e sensibilizzare la comunità, coinvolgere le realtà che si occupano da vicino di queste tematiche e introdurre così il tema della sostenibilità ambientale all’interno del Pride in un’ottica di dialogo funzionale e sinergico delle diverse tematiche sociali, ambientali ed economiche.
In conclusione, abbiamo riflettuto sulla possibilità e necessità di confrontarsi e creare rete con il territorio limitrofo, per poter pensare ad un evento Pride unitario, che coinvolga i luoghi delle realtà partecipanti e frutto dell’unione di sforzi delle stesse realtà LGBTQIA+ le quali dovrebbero assumere centralità nell’evento. Potrebbe anche essere l’occasione per dare visibilità alle diverse iniziative di supporto alla comunità che queste realtà hanno costruito e portano avanti ogni giorno, non soltanto in quello del Pride. Pensiamo che per dare spessore al Pride, oltre che per rendere credibili le sue istanze, sia molto importante il contatto quotidiano con la comunità che ci si appresta a rappresentare nell’ambito di un evento di grande visibilità.
L’uscita dal Comitato Parma Pride, infatti, ci ha sottratto dal meccanismo che ogni anno si innesca legato all’organizzazione dei vari aspetti logistici e pratici della parata che, però, rischiano di mettere in secondo piano, soprattutto dopo quattro Pride cittadini consecutivi, il dove siamo e quali prospettive future ci attendono. Abbiamo voluto dedicare tempo al processo dandoci spazio per riflettere seriamente sul Pride cittadino. Più che reiterare, per la quinta volta consecutiva, i Pride degli anni precedenti, e pensando di interpretare al meglio il ruolo dell’associazione LGBTQIA+ di Parma e provincia, abbiamo ritenuto fondamentale uscire dal Comitato e dire chiaramente cosa non va secondo noi in quello che si appresta ad essere il Parma Pride 2026.
Con la speranza che questa comunicazione possa alimentare riflessioni, e aver portato chiarezza in merito ad una questione sensibile ed una tematica centrale per la nostra comunità, porgiamo i nostri più affettuosi saluti.
Comunicato stampa del 6 marzo 2026
Comunicato da parte del Centro Antidiscriminazione LGBTQI+ “Un Arcobaleno per Parma”
In seguito a diverse segnalazioni, apprendiamo con sgomento la comparsa in città di manifesti riportanti il termine “donna”, su fondo bianco, con una definizione tratta da comuni dizionari.
Ci ha colpito la scelta stilistica adottata: secondo la normativa nazionale e locale vigente, in passato manifesti ben più espliciti non hanno potuto trovare spazio di affissione perché ritenuti portatori di messaggi denigratori e discriminatori. In questo caso, invece, la comunicazione sembra eludere abilmente la normativa, rispettandone i requisiti formali ma tradendone lo spirito.
Tali manifesti si fanno forza su una presunta neutralità del messaggio, rafforzata dall’essenzialità grafica e dal fondo bianco, proponendo una definizione apparentemente asettica e facilmente condivisibile nella sua ovvietà. Tuttavia, anche le definizioni che si presentano come scientifiche o linguisticamente rigorose non sono mai scelte neutre. Il processo che conduce alla loro formulazione è sempre frutto di contesti storici, culturali e sociali, e delle persone che vi contribuiscono, ciascuna con i propri vissuti, le proprie idee e i propri inevitabili bias.
Ridurre tutto a un essenzialismo esclusivamente biologico, legato al sesso anatomico, significa comprimere la complessità della società contemporanea e ignorare il ruolo dei costrutti sociali nella formazione delle identità individuali. Ogni giorno il nostro Centro Antidiscriminazione tutela persone con diverse identità di genere. La nostra non è una battaglia contro il femminismo o contro chi si riconosce nella definizione proposta, bensì contro una cultura che tende a dividere invece che includere.
Il linguaggio evolve insieme alle persone e alla società: non è immobile né neutro. Scegliere una definizione che riduce la donna a un attributo fisico significa implicitamente richiamare una visione parziale e datata del suo ruolo sociale, storicamente legata quasi esclusivamente alla maternità e a funzioni di cura.
La società si è evoluta e oggi rivendichiamo il riconoscimento di una pluralità di esperienze e soggettività: non un’eliminazione di identità, ma un loro ampliamento.
Approfondendo il termine “donna”, oltre alla definizione riportata sui cartelloni, si possono rintracciare nei dizionari espressioni oggi evidentemente superate, che collegano la parola “donna” alla “compagna di vita”, o locuzioni come “figlio di buona donna”, oppure specificazioni quali “donna poliziotto”, quasi a dover marcare una differenza rispetto al maschile, riducendone implicitamente la portata professionale e il suo ruolo pienamente autodeterminato, libero e slegato completamente dalla dimensione maschile. La stessa definizione utilizzata nei manifesti, se letta nella sua interezza, riporta come “da questa diversità biologica è derivata una serie di differenziazioni di modelli di comportamento che sono un prodotto culturale: per es., se è la natura ad assegnare alla donna il ruolo materno, sono però la società e la cultura ad attribuirle esclusivamente il compito di allevare e curare la prole” (Treccani). Una parte che, nei cartelloni, non compare.
Al di là del dibattito terminologico, come Centro Antidiscriminazione desideriamo sottolineare che scelte comunicative di questo tipo, pur apparendo innocenti e formalmente in linea con la normativa, possono contribuire a rendere la città un luogo meno sicuro per le persone che ogni giorno accogliamo.
Nel fondo dei manifesti è indicato che l’intento sarebbe quello di “generare dibattito”. Ma come può svilupparsi un confronto sano se una parte viene implicitamente squalificata fin dall’inizio? L’obiettivo è un arricchimento culturale reciproco o una selezione di identità più o meno accettabili nella società che ci si immagina?
Le nostre azioni quotidiane sono guidate dall’attenzione alla delicatezza di questi temi e alle conseguenze concrete che determinati messaggi possono avere su persone già esposte a fragilità e discriminazioni. Non possiamo permetterci di contribuire, anche indirettamente, a un clima che faccia sentire alcune persone non gradite.
Non tutte le persone, soprattutto tra le più giovani, hanno strumenti adeguati per riconoscere e difendersi da messaggi subliminali che mettono in discussione la loro esistenza o legittimità. Il prezzo che potrebbero pagare è potenzialmente troppo alto rispetto all’obiettivo, dichiarato, di generare dibattito."
Commento da parte dell’Assessora Bonetti
"I manifesti apparsi in città raccontano, sotto una finta neutralità, una storia che le donne vivono da centinaia di anni: quella di chi subisce la definizione da parte di altri, si tratti di un ruolo, di una appartenenza di uno "spazio" da occupare nella società. Non abbiamo bisogno di essere definite, non c'è alcuna esigenza di difendere un'identità che ha a che fare con la complessità e non poche righe tratte dal vocabolario. Utili per far comprendere un termine a chi non lo conosce, ma per forza di cose riduttive. I parmigiani le parmigiane conoscono sicuramente la lingua italiana, per questo risulta difficile non pensare al sottotesto di queste affissioni. Ancora una volta si vuole ribadire che esiste una norma, che qualcuno si può permettere di definire cosa sia o non sia una donna, in modo discriminatorio. Cosa vada o non vada bene in termini di identità di genere, maschile, femminile, non binaria che sia. Francamente non ne abbiamo bisogno e come Comune di Parma, attraverso il CAD, lavoriamo costantemente per il superamento di queste visioni limitanti e discriminatorie".
Comunicato stampa del 20 ottobre 2025
In merito all’aggressione avvenuta in zona stazione, condividiamo il commento di Caterina Bonetti, Assessora con delega a Diritti e Pari Opportunità, del Centro antidiscriminazione LGBTQI+ “Un Arcobaleno per Parma” e dell’Associazione L’Ottavo Colore APS.
Commento dell’Assessora Caterina Bonetti
“Ogni aggressione rappresenta un fatto grave che ci deve interrogare come comunità. Quello che è accaduto ad Anis ferisce Parma tutta, perché colpisce il diritto di ciascuno di noi di essere se stesso, senza paura. Condivido in pieno le sue parole, che ci richiamano alla responsabilità: non è solo una questione di diversità, ma di umanità. Anis ha ragione quando invita a denunciare, ogni voce che si alza contro questi atti vili è un passo avanti per tutta la nostra comunità. Denunciare significa non restare soli e contribuire a costruire una città più giusta e consapevole. A tutti gli omofobi, razzisti e violenti voglio dire chiaramente una cosa: a Parma non c’è spazio per l’odio. Non c’è spazio per chi pensa di poter offendere o ferire in nome del pregiudizio. Costruiamo insieme una società migliore, dove ognuno possa sentirsi sé stesso, al sicuro” ha dichiarato Caterina Bonetti, Assessora con delega a Diritti e Pari Opportunità."
Commento del Centro antidiscriminazione LGBTQI+ “Un Arcobaleno per Parma” e dell’Associazione L’Ottavo Colore APS
“Apprendiamo dai mezzi di stampa dell’aggressione di stampo omofobo avvenuta nella giornata di sabato, quando Anis Smati studente di 24 anni e presidente del Rotaract club Carpi è stato aggredito fisicamente davanti alla Stazione di Parma. Dopo che gli sono stati rivolti insulti verbali in riguardo al suo orientamento sessuale, l’aggressore lo ha poi aggredito fisicamente senza che le persone presenti o limitrofe intervenissero per fermarlo. Un’indifferenza che pesa e a volte può fare la differenza. Le Forze dell’Ordine sono state avvertite dalla vittima, l’aggressore non è stato arrestato ma verrà sporta denuncia. Noi unitariamente condanniamo questo episodio che non è un caso isolato riportando le parole della parte lesa ma è “il sintomo di un problema sociale e umano più grande, che riguarda tutti noi”. Esprimiamo la massima solidarietà ad Anis Smati perché non c’è posto nella nostra città per l’omolesbobitransfobia. Ogni giorno la combattiamo come realtà impegnate sul territorio attraverso formazione e sensibilizzazione. Attraverso il servizio del Centro Antidiscriminazione LGBTQI+ “Un Arcobaleno per Parma”, impegnato dal 2022 a offrire supporto ed uno spazio per le persone dove potersi sentire ascoltate. Attraverso l’associazione L’Ottavo Colore- APS, punto cardine lgbtqia+ del territorio che fornisce uno spazio sicuro per le persone della comunità. Non c’è posto per l’odio in una città dove già da anni è in vigore un protocollo interistituzionale contro l’omolesbobitransnegatività. Per quanto scritto e visibile sul territorio si ribadisce la più ferma condanna dell’accaduto che, va sottolineato, non è un caso isolato."